L’elogio funebre del 1874 per Luigi Cristini: traforo della galleria di Stalettì e storia della ferrovia in Calabria
Cronaca, storia e memoria in un raro documento ottocentesco.

Prima pagina dell’elogio funebre conservato integralmente nell’Archivio Cristini.
Relazione di Katia Cristini, gennaio 2026: VOCE DI UN ADDIO. L’ELOGIO FUNEBRE PER LUIGI CRISTINI – 1874
Tornare a questa storia ha richiesto tempo. Era sempre stata lì, presente e insieme lasciata sul fondo, come accade alle cose che si conoscono da sempre, fino a non sentirne più il peso. Il documento ufficiale: l’avviso dell’accompagnamento funebre era stato letto più volte negli anni, come si leggono i documenti di famiglia: con rispetto, ma senza più ascolto. È stato solo nel tentativo di mettere ordine nei documenti degli avi e nella ricostruzione genealogica della famiglia che sono tornata sui fatti riguardanti Luigi Cristini. Tra una lettura in biblioteca e un ritrovamento in cantina, è riemerso un altro frammento. Un testo intatto nella sua voce: l’elogio funebre. È come se fosse rimasto per più di un secolo sul fondale di un oceano, in attesa che qualcuno lo ascoltasse. Non era bastato il rito pubblico a concludere la vicenda umana di Luigi Cristini. Questa voce è sopravvissuta al tempo, come il monumento tombale a lui dedicato al cimitero di Catanzaro. Ho capito allora che non stavo semplicemente ritrovando delle carte, ma tornando a un’origine. Luigi Cristini non era solo un nome nel mio albero genealogico: era il primo Cristini ad aver messo radici a Catanzaro, il punto in cui una vicenda privata aveva iniziato a oltrepassare il confine. Da quel momento non è stato più possibile richiudere tutto.
Le parole che seguono sono state pronunciate nel giorno dell’addio: appartengono a chi seppe dire il dolore senza tradirlo, all’ Ingegnere Cavaliere Alberto Spinola.
Di seguito, la versione in italiano contemporaneo:
Parole pronunciate giorno 4 Luglio 1874 dall’Ingegnere Cavaliere Alberto Spinola
sulla bara del compianto collega Ingegnere
Luigi Cristini in Catanzaro
Prima che la terra ricopra questa gelida salma, permettetemi, Signori, di pronunciare poche parole di omaggio in memoria di quest’anima nobilissima, che ci è stata strappata così prematuramente dalla mano maledetta di un brutale assassino. Come collega del compianto Ingegnere Luigi Cristini, mi sia concesso almeno di farmi interprete del sentimento di tutti i suoi colleghi e amici, rendendo un triste e ultimo tributo alle sue spoglie mortali. Egli ci è stato improvvisamente tolto proprio in quel periodo della vita che il Sommo Dante indicava con le parole:
«Nel mezzo del cammin di nostra vita».
Nacque a Chieti e, ancora giovanissimo, si dedicò con passione allo studio delle scienze matematiche, tanto che, divenuto adulto, conseguì presso l’Università di Napoli il titolo accademico che lo qualificava come Ingegnere Idraulico e Architetto Civile. Si dedicò poi, con particolare interesse, alla conoscenza pratica delle costruzioni ferroviarie e, fin dall’anno 1860, ottenne il suo primo impiego governativo tra il personale incaricato degli studi per la ferrovia Pescara-Napoli; successivamente collaborò a studi analoghi per la linea Terni-Avezzano-Rieti e poi per la Rieti-Saponara per Aquila. Trasferito successivamente a Taranto, nell’anno 1864, entrò a far parte del Commissariato Tecnico Governativo incaricato della sorveglianza della linea lungo il litorale ionico, dove da allora prestò ininterrottamente un servizio distinto, lasciando ovunque un ottimo ricordo di sé fra gli amici e i colleghi e guadagnandosi la sincera stima dei superiori e degli stessi suoi dipendenti. Fu impegnato per diversi anni nei lavori delle tratte Taranto-Rossano e Pesaro-Ceprano, finché il superiore Dicastero decise di destinarlo alla Galleria di Stalettì, affinché si occupasse della liquidazione dei lavori eseguiti dall’Impresa Fazzari, compito che condusse lodevolmente al risultato desiderato. Quando infine venne organizzato l’Ufficio di Sezione per il tronco Soverato-Catanzaro, all’Ingegnere Cristini fu affidato il compito di dirigere i lavori della prima tratta, con residenza nella marina di Soverato. La grande solerzia e la non comune competenza da lui sempre dimostrate nell’adempimento dei suoi doveri contribuirono non poco a contrastare l’azione di una sfortunata Impresa, la quale segnò, mi sia consentita l’espressione, un periodo di sventura per le molte e diverse disgrazie che tutti noi rimpiangiamo, nessuna delle quali, tuttavia, può essere paragonata alla terribile sciagura che questa umile bara oggi ci ricorda.
A perenne memoria dell’attività e dell’intelligenza del nostro caro defunto rimane infatti la Galleria di Soverato, già completata da diversi mesi nella sua parte più importante: l’intero traforo, portato felicemente a termine mediante quattro distinti punti di attacco, che si congiunsero tra loro con una precisione, direi quasi matematica, tanto nelle condizioni planimetriche quanto in quelle altimetriche. Un risultato che dimostra mirabilmente la non comune perizia di colui che ne dirigeva l’esecuzione.
«… Ahi! dura sorte», stava scritto nei decreti di un destino inesorabile: colui che aveva preso tanta parte alla costruzione dell’intera linea ionica, tanto da risultare il più anziano fra tutti gli Ingegneri che si erano successivamente dedicati a questi lavori, non avrebbe assistito all’imminente festeggiamento per la prima locomotiva che dovrà percorrerla in tutta la sua lunghezza. E che dirvi poi della nobiltà dei suoi modi, della rettitudine del suo pensiero e dell’angelica indole di quell’anima pura e incontaminata?
Il dolore degli amici e dei colleghi, le spontanee manifestazioni d’affetto ricevute da tutti gli abitanti di Soverato, la vostra così numerosa presenza, o Signori, a quest’ultima dimostrazione d’affetto, non costituiscono forse le prove più evidenti di quanto quest’uomo fosse amato?
Eppure… chi potrebbe crederlo? Una mano sacrilega ha troncato il corso della sua vita con il proposito di vendicarsi di un’azione che non poteva in alcun modo essere attribuita a mancanza di cuore o di rettitudine.
Udite e raccapricciate.
Non si conosce il luogo preciso in cui nacque l’assassino Domenico Accampo. Sappiamo soltanto che costui, allontanatosi dal suo paese natale verso terre lontane, prima in Spagna e poi in Africa, aveva impiegato considerevoli capitali negli appalti di opere pubbliche, acquisendo nella loro costruzione una notevole esperienza.
Ridottosi in seguito in condizioni modeste, partì da Blidah, in Algeria, all’inizio dell’anno 1869, lasciandovi il suo unico figlio, e sbarcò su queste coste in cerca di lavoro. Fu assunto come guardiano presso la Galleria di Stalettì e successivamente impiegato come sorvegliante straordinario dei lavori di costruzione, per i quali si era effettivamente dimostrato un esperto conoscitore. Non molto tempo fa, tuttavia, il Console d’Algeri riferiva al Governo che quest’uomo non dava più sue notizie al figlio e, tanto meno, gli forniva alcun sostegno economico.
Più recentemente, e in particolare nel corso dell’ultimo mese, la condotta privata dell’Accampo si era manifestata in modo sempre più riprovevole, a causa di relazioni alquanto indecorose. L’Ingegnere Cristini, dal quale l’Accampo dipendeva direttamente, non avendo cuore di procurare a nessuno neppure un piccolo danno, sebbene meritato, si era limitato ad ammonirlo paternamente, facendogli presente che, suo malgrado, sarebbe stato costretto a chiedere il suo allontanamento da Soverato qualora si fossero ripetute scene poco decorose per qualsiasi agente governativo.
Ma nel giro di pochi giorni si verificarono nuovi scandali, che costrinsero l’Ingegnere Governativo a fare violenza al proprio animo umano e compassionevole. Informati quindi i superiori dei fatti accaduti, furono questi stessi a ordinare all’Accampo di trasferirsi immediatamente ad altra destinazione, avvertendolo che sarebbe stato disposto il suo licenziamento qualora si fossero ripetuti fatti simili.
Era l’alba del primo giorno del mese, il giorno fatale in cui l’Accampo avrebbe dovuto raggiungere la sua nuova destinazione. Egli uscì per qualche tempo a passeggiare lungo la marina di Soverato e successivamente rientrò nella camera in cui abitava, contigua a quella dell’Ingegnere Cristini. Con il futile pretesto di acquistare delle buste da lettera, allontanò la domestica dell’Ingegnere; l’anziana donna eseguì la commissione con il consenso del suo padrone. Rimasto solo nell’abitazione con la vittima che aveva premeditato di uccidere, l’Accampo chiuse la porta principale dell’ingresso comune e, armato di revolver, si diresse verso la porta semiaperta della stanza nella quale l’Ingegnere Cristini era intento ai lavori del suo ufficio. Puntò l’arma e sparò un primo colpo, gridando:
«Ingegnere, siete morto!» Colto così all’improvviso e ferito al braccio, l’Ingegnere Cristini cercò di vendere cara la propria vita. Impugnò a sua volta un revolver e fece fuoco contro l’aggressore, senza tuttavia riuscire a colpirlo, perché questi, nascondendosi vigliaccamente dietro la porta, sparò altri cinque colpi, provocandogli altre due ferite. Esauriti tutti i colpi di cui disponeva, l’Accampo rientrò nella propria camera e ricaricò l’arma.
«All’assassino!…», gridò il povero Cristini. Accorsero gli amici, che tentarono invano di abbattere la porta che l’aggressore aveva deliberatamente chiuso. Senza il loro intervento, questi sarebbe probabilmente tornato ad accanirsi contro la sua vittima. L’Accampo si chiuse allora nella propria camera e, con un solo colpo alla tempia, si tolse la vita all’istante. Con un ultimo, supremo sforzo, Cristini riuscì a trascinarsi fino alla porta e ad aprirla agli amici, dai quali ricevette i primi soccorsi. Ma neppure le sapienti cure prestate da valenti medici riuscirono a salvarlo: delle tre ferite riportate, quella all’addome fu giudicata irreparabile, poiché il proiettile, penetrato nei visceri, non poteva neppure essere estratto. Da Squillace accorse il fratello, disperato, che ne raccolse l’ultimo respiro dopo quasi ventiquattro ore di straziante agonia. Egli morì tuttavia rassegnato, conservando piena lucidità di mente fino all’ultimo respiro e cercando quasi di confortare, con parole miti, gli inconsolabili amici e colleghi.
E’ pur vero: oltre la tomba ogni odio dovrebbe spegnersi, e nessun uomo può pretendere di scrutare fino in fondo il cuore altrui. Il giudizio appartiene al mistero della volontà divina.
Eppure, Viva Dio!… quale enorme distanza fra la mente del malvagio e quella del giusto, fra l’assassino e la sua vittima! Quest’ultimo muore soffrendo e perdonando; l’altro, con il cuore colmo d’odio e di rancore, ponendo fine in un istante la propria vita senza alcun dolore.
Rimani beata nel bacio del Signore, anima pura e onesta! Le tue spoglie mortali riposeranno tranquille in questa terra, da sempre riconosciuta come giusta e ospitale. Dormi sereno l’eterno sonno del giusto, che la vilissima anima del suicida assassino ti ha dischiuso prima del tempo; il tuo ricordo indelebile sarà custodito dagli amici e dai colleghi che seppero riconoscere e stimare le tue rare qualità.
Accogli questo semplice e doloroso tributo che, pur nella modestia delle mie capacità, sgorga spontaneo da un cuore straziato e fedele, interprete dei tuoi addolorati compagni. Essi sono ancora più afflitti perché, in questo solenne momento, non può farsi udire la voce ben più autorevole e sostenuta da più alto ingegno del loro Capo, che, trattenuto lontano da motivi familiari, piange anch’Egli, non ne dubito, insieme a noi, l’amara perdita di un impiegato zelantissimo, di un amico impareggiabile e di un cittadino onesto e virtuoso.
E a voi tutti, Signori, che siete accorsi così numerosi a questa triste cerimonia, condividendo il lutto che ha colpito improvvisamente l’intero personale tecnico ferroviario, vada la nostra più sentita gratitudine.
Serberemo sempre con orgoglio il ricordo dell’affetto, dell’accoglienza e della stima che avete dimostrato verso il nostro caro defunto.
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A un certo punto ho smesso di leggere quelle parole come un’eredità privata, come qualcosa che mi desse solo orgoglio di discendenza.
Ho capito che questa storia non mi chiedeva protezione familiare, ma uno spostamento. Luigi Cristini, che mi precedeva nel sangue, era un uomo consegnato a una città, a un lavoro, a una comunità che lo aveva riconosciuto come proprio. Catanzaro non era lo sfondo della vicenda: era il luogo che aveva accolto, trattenuto, pianto. Ho portato alla luce questa voce che racconta di una morte e di un livello più alto dell’umano, di come si può restare uomini anche quando tutto precipita. E questo modo non appartiene a un’epoca migliore, ma a una scelta interiore. Più leggevo, più sentivo che il testo restituiva non solo il fatto tragico, ma il modo in cui era stato attraversato.
La misura delle parole, la fermezza senza odio, la dignità senza retorica. In quel modo di dire la morte ho riconosciuto qualcosa che riguarda anche noi, oggi: non ciò che accade, ma come si resta fedeli a sé quando accade. Ho sentito che non intervenire avrebbe significato perdere qualcosa.
Non solo una storia da tramandare.
Avrei perso una misura.
La possibilità di riconoscere, dentro la violenza e dentro il tempo, un modo umano di restare integri.
Così avrei accettato che tutto si appiattisse:
la morte sul fatto,
il gesto sull’orrore,
la vita sull’epilogo.
E che una voce nata pubblica tornasse privata per inerzia.
Non per colpa, ma per abbandono.
E l’abbandono, a volte, pesa più dell’oblio.
Perché non cancella: lascia andare.
Per questo ho scelto di non perdere — io per prima — la possibilità di riconoscere ciò che, anche oggi, distingue l’uomo dall’ombra che lo attraversa.
Ora questo testo non torna al fondo.
Perché alcune voci chiedono di non essere lasciate sole nel silenzio.

Avviso ufficiale di accompagnamento funebre dell’Ingegnere Governativo Luigi Cristini (1874)

Documento Ufficiale Ferroviario intestato a Luigi Cristini (1862)

La tragedia nelle cronache dell’epoca – “Il Calabro”


Monumento funerario dedicato all’ingegnere Luigi Cristini, cimitero di Catanzaro, 1° Luglio 1874. L’archivio conserva il disegno progettuale originale della tomba, con indicazione delle dimensioni e della disposizione degli elementi sepolcrali.
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